“Sguardi allo specchio” Silloge di Alberto Figliolia

Niada, sguardi allo specchio Da sempre Emanuela Niada è affascinata dai riflessi. La sua nuova, splendida silloge: Sguardi allo specchio (La Vita Felice Edizioni pagine 152, 2026) ci invita a “riflettere” sull’ambivalenza del nostro esistere. Perchéallo specchio? Lo specchio che rimanda la nostra immagine: perfetta e contraria, come un viaggio in un universo parallelo dove dimora un altro sé. O un altro da sé. Io, che sentii l’orrore degli specchi non solo in faccia al vetro impenetrabile…scriveva l’immenso Jorge Luis Borges, che per gli specchi nutriva un’immensa fascinazione, indovinando l’enigma che celavano, il medium che forse si fa destinazione (destino) in qualsiasi altrove ci tocchi, ci spetti, ci costruiamo. Lo specchio, che ci mostra, implacabile e definitivo, il nostro invecchiamento giorno dopo giorno, anche se nel quotidiano esercizio di porvisi davanti non avverti lo srotolarsi del Signor Tempo. Lo specchio, che non si trova nelle celle delle carceri  sostituito nel caso da altri materiali in superfici riflettenti impedendo la vista del proprio volto, una sorta di pena supplementare (ma prevalgono le ragioni della sicurezza). Emanuela, volontaria VIDAS e in un istituto di pena, conosce il dolore, lo affronta con ragione e sentimento, lo metabolizza in una risposta potentemente catartica e impegnata. Procede nella folla di volti come numeri, in infinite segrete combinazioni, come nella bellissima “La solitudine dei volti”. E la vista si allarga alla rete del reale, micro o macro: frazioni di spazio-tempo allacciate, risonanza con essenze allineate, saldi legami fra le molecole, in fondo… Se aspiriamo a essere vuoto o vincolo. Ma anche l’occhio umano è uno specchio vedi un celebre quadro di René Magritte, vedi la splendida fisiologia del nostro apparato visivo e gli occhi sono lo specchio dell’anima e l’occhio dei poeti sa catturare immagini, idee, sentimenti, figurazioni, concetti, tutta (o quasi) la realtà fisica nella sua complessità e quella simbolica, ricomponendo e restituendo tutto ciò con la forza dellogos.

Mostra “Sguardi allo Specchio”

Recensione di Roberta Magnaghi per Artisticamente

 
Emanuela Niada – Mostra Sguardi allo Specchio. Settimana scorsa vi ho parlato della Fondazione Il Bullone e della mostra di beneficenza dell’artista Silvia Pisani. Anche Emanuela Niada, persona dai modi semplici e al contempo squisiti, è un’artista dalla potente e caleidoscopica versatilità. Diplomata in lingue, passa con scioltezza dalla scrittura alla pittura e alla fotografia.
Leggerò la sua silloge “Poesia dell’invisibile” e ho in lista anche “Vorrei entrare nel sole” del fratello Bill Niada, imprenditore a vocazione sociale, fondatore de Il Bullone, nato da un lutto incolmabile.
Torniamo ad Emanuela, pubblicazioni e opere potete trovarle in rete.
I suoi specchi catturano la luce, catturano il singolo e ne fanno parte dell’universo, in un rimando vicendevole carico di vitalità e in mutevole divenire. Lo specchio restituisce la realtà come è, senza le deformazioni della mente. Eppure al contempo la amplifica; l’Io c’è, scompare e ricompare, più consapevole, arricchito da ciò che lo circonda, impreziosito da dettagli incastonati, scritti o dipinti sullo specchio stesso e dai dettagli dell’ambiente. Il cosmo è lontano, vicino, siamo noi. Un tutt’uno di forza e libertà. Se lo vogliamo, ecco questi specchi ci chiamano a essere qualcosa di più di leziose figurine di un teatrino, parlano alla nostra anima per farne scaturire la sua essenza più bella e profonda.
Le foto ci parlano del nostro doppio: capovolte e sdoppiate, ci lasciano intuire le mille possibilità della coscienza, della vita, con prospettive originali e titoli emblematici (come quelli delle opere concettuali) in felice controcorrente al mono-pensiero. I colori sono delicatamente vividi: un ossimoro, certo ma delicatezza non vuol dire opacità, anzi, i suoi colori sono molteplici. Basta saperli riconoscere.
Nelle immagini vedete anche i libri. Gustatevele.

Recensione della Mostra “Sguardi allo Specchio”

di Alberto Figliolia

17 Novembre 2024

Guardare allo specchio, guardarsi allo specchio. Un’immagine rovesciata del mondo e di sé, quanto basta per suscitare un universo di se e di domande. Un sovvertimento, un ribaltamento di visione e prospettive. E specchiarsi negli occhi dell’altro? Con un invisibile filo di simpatia simbolica? (Dal greco συμπάϑεια, composto di σύν, “con”, e “πάϑος”, affezione, sentimento/ anche se affezione ha una sua intrinseca ambivalenza).
Invero la Mostra Sguardi allo specchio di Emanuela Niada e Silvia Pisani, artiste che hanno collaborato al progetto, ha un suo particolarissimo significato e valenza, fra astrazione, speculazione filosofica e un potente materico, fra estetica e ricerca spirituale… “echi e risonanze simili, indagando l’interrelazione tra l’individuo e il cosmo in un dialogo speculare. Nelle loro opere il macrocosmo si riverbera nel microcosmo personale e la realtà trascendente spesso irrompe nel presente scompaginandolo in giochi di luce e ombra. Questi due piani, molto distanti tra loro, si compenetrano offrendo la possibilità di accedere a una dimensione più sottile e arricchente e di aprirsi, così, a una nuova consapevolezza. […] Lo specchio è lo strumento che cattura il divenire mutevole.”
Quindi le immagini elaborate da Emanuela e Silvia si affiancano in una sorprendente reciprocità restituendoci una rappresentazione del mondo che va oltre la superficie riflettente, a una inusitata profondità.
Peraltro l’esposizione ha come ulteriore scopo, oltre a quello prettamente e squisitamente artistico, la raccolta fondi per sostenere i progetti della “Fondazione Bullone” , Ente del Terzo Settore, creata per ragazzi affetti da varie patologie croniche e che sviluppa progetti rivolti a giovani e adolescenti in difficoltà soprattutto dal punto di vista della salute. Citiamo: “Il Bullone – che simboleggia forza, coesione, coraggio – è una testata giornalistica mensile (anche un sito e un canale social) nata da un progetto con i giornalisti del Corriere della Sera, dove i ragazzi scrivono storie, danno voce alle loro emozioni e intervistano personaggi importanti ispiratori per un mondo migliore. […] La Fondazione organizza per i ragazzi che si definiscono B.liver (essere-vivere-credere) attività settimanali, incontri, laboratori, corsi di formazione, di approfondimento e svago. Il Bullone sensibilizza attraverso progetti artistici visionari, viaggi temerari, storytelling, esperienze che uniscono realtà diverse in percorsi originali (www.ilbullone.org).”
Una testata di bellissimi contenuti e di rara bellezza come può confermare chiunque abbia avuto la fortuna di imbattersi in essa.

Cosmo

Si rigenerano cellule
scorrono linfa e sangue
risuonano le sfere del tempo.

Mute energie invisibili
mi trapassano
plasmando responsi sottili.

Sono, quelli sopra, versi – tratti dalla silloge Poesia nell’invisibile (La Vita Felice, 2021, pp. 144, euro 15, prefazione di Roberto Mussapi) – di Emanuela Niada, ben nota anche come poetessa, che della versatilità creativa ha fatto uno dei propri punti di forza. Difatti scrive non solo poesie, ma anche acutissimi aforismi, dipinge e inventa opere concettuali, ispirandosi ai mandala, elabora e fabbrica maschere speciali con forti richiami simbolici. E spende non poco tempo in azioni di volontariato (in Hospice per la VIDAS). I versi citati paiono perfettamente attagliarsi alla tematica delle sue fotografie e dei lavori esposti. Per inciso la Mostra Sguardi allo specchio, con inaugurazione mercoledì 20 novembre (ore 18:30-21), sarà visitabile dal 21 al 24 dello stesso mese con i seguenti orari: gio/ven/sab 10-19; dom 10-14. Sede sarà la ex Casa Olimpia Milano di via Privata Caltanissetta 3, un luogo mitico per tutti gli appassionati del cestismo italiano, tempio delle Scarpette Rosse che hanno fatto la storia del basket non solo nostrano.

Veniamo alle opere fotografiche di Emanuela Niada, accanita nel miglior senso del termine, sensibile e intelligente viaggiatrice, la quale ha colto dai suoi itinerari nei vari Paesi e continenti innumerevoli suggestioni… “inseguendo il riflesso luminoso nell’acqua di fiumi, laghi, mari dove le immagini possono risultare speculari o distorte.”
Dunque… “La foto in Botswana delle canne che si raddoppiano nella lente del fiume Okawango, in cui irrompe l’ologramma del sole […] Fiori di loto si rispecchiano nelle backwaters nel Sud dell’India” (ma anche tristemente a galleggiare una bottiglietta di plastica, N.d.A.). E ancora sassi e nubi a intorbidare l’acqua di un laghetto in alta quota in Ladhak.
Non solo scatti e stampe fotografiche tuttavia. In mostra sono anche grandi specchi pensati come moderni mandala, un’altra meditazione sullo spazio tempo e sul divenire, sulla creazione del mondo, “nella visione cabalista e l’interazione tra il cosmo e la psiche come indicano tante antiche saggezze e ormai anche la moderna psicologia.”
Fra gli altri…
-Non c’è più Tempo, del 2022 (diametro cm 68), è un “grande specchio, che riporta un orologio al centro e da un lato sassi e conchiglie che riproducono le ere geologiche del pianeta e dall’altro lato orologi che simboleggiano la tecnologia umana.”
-Mi Specchio nel Cosmo, del 2023 (cm 60×70)… “La tela ritrae una nebulosa blu con traiettorie dorate e argentate che raffigura una galassia con uno specchio tondo al centro che rappresenta la coscienza cosmica, l’intelligenza che regola in armonia il moto degli astri e sovrintende alla vita nell’Universo.”
Sembra richiamato il gran pensiero galileiano, e si legano la riflessione scientifica con quella mistica, la razionalità con l’afflato verso l’eterno e il mistero.
-Cantare la Luce, del 2022 (cm 61×61)… “La tela nera simboleggia il buio del cosmo infinito, con un viso che si delinea e si riconosce in uno specchio, si allinea al progetto di incarnazione e può dar voce alla propria essenza più autentica.”

Fotografia

Somma di raggi differiti
captati da alchimie argentee
l’immagine fotografica.

Scia di stelle in scala ridotta
l’istantanea rallentata
nel domani si riverbera.

Era giusto chiudere la parte relativa a Emanuela Niada con un’altra sua poesia dall’antologia già menzionata.

Silvia Pisani è un’altra personalità contrassegnata da uno straordinario eclettismo. Dopo la maturità artistica si trasferisce negli States per studiare alla New York University. Tornata nel Bel Paese si diploma all’Istituto Artistico dell’Abbigliamento “Marangoni” di Milano lavorando per alcuni anni come stilista di moda. Inizia presto a esporre suoi lavori in Italia e all’estero. Nasce poi il suo interesse per medicina integrata, psicologia e… “tutto ciò che riguarda l’accesso ai segreti contenuti nelle sfere inesplorate dell’essere umano […] approfondendo lo studio e la sperimentazione diretta delle vibrazioni di colori, simboli e musica come mezzi di trasformazione dell’individuo. Si esprime prevalentemente con la spatola, creando vortici di energia mediante la forza intensa del colore. Attraverso il movimento rappresenta la provvisorietà della vita in continua evoluzione. Negli ultimi anni amplia la sua ricerca artistica dedicandosi anche alla scultura e all’installazione tramite il recupero e il riutilizzo di materiali di scarto, dato che il tema della tutela dell’ambiente rappresenta un punto fondamentale della sua etica personale e del suo stile di vita.”
Le tele della Pisani, con un’accentazione spiraliforme (a tratti vien da pensare anche all’esperienza vangoghiana, ma con un tasso di enorme quiete nel respiro), richiamano l’energia in divenire, l’inarrestabile flusso cosmico “al cui interno ognuno può proiettarsi e percepire la propria visione della realtà in base alla risonanza che si viene a creare con l’opera.”
Mi Specchio nella Fonte, del 2023 (cm 40×50), “richiama l’immagine di una galassia all’interno della quale è applicata una lente specchiata che simboleggia l’Occhio di Dio. Lo specchio invita la persona a osservare il proprio riflesso immaginando di proiettarsi all’interno di misteriosi mondi “sottili” e di lasciarsi trasportare da un magico vortice di energie multicolori, luminose e iridescenti.”
Lo Zero Cosmico, del 2022 (cm 80×80), “è una tela cosparsa di polveri iridescenti e strass disseminati sulla superficie. Tali punti di luce illustrano l’espansione dell’energia cosmica che si diffonde nello spazio illimitato. Lo Zero è il simbolo dell’infinito ed è rappresentato da una lente a specchio inserita nel quadro che apre la visione su una realtà senza inizio né fine, costituita da diversi piani di esistenza paralleli e sconosciuti.”
Siamo davvero a un altissimo livello di evocazione.
Emerald nel Cuore, del 2019 (cm 20×20), “è una piccola tela il cui nucleo centrale è costituito da una lente a specchio, simbolo di un cuore verde smeraldo. Esso irradia frequenze d’amore tramite il moto rotatorio a spirale creato da polveri sottili, colorate e iridescenti. L’opera rappresenta metaforicamente il cuore di un individuo che ha scelto consapevolmente di porsi al servizio della Vita. Allineando la propria essenza alla vibrazione del Creato può vivere in armonia con il respiro dell’esistenza donando a se stesso e agli altri la propria luce.”
E la Luna che “si rispecchia nell’acqua attraendo a sé, come un magnete, le onde del mare che rappresentano le emozioni e la sua luce sollecita l’introspezione nel silenzio notturno.”
Rivelazioni, del 2011 (cm 50×100)… “Nelle antiche saggezze vengono generalmente attribuiti numerosi significati alla figura del triangolo con la punta rivolta verso il basso. In questo frangente, il triangolo specchiato posto al centro della tela incarna il simbolo del principio femminile e assume, quindi, il valore di apertura e accoglienza di verità intrinseche alla coscienza cosmica. Lo specchio si apre all’energia dell’Assoluto tramite ampi e vibranti raggi che, danzando nel Vuoto come antenne dorate, sono in grado di captare codici e armonie universali. I misteri dell’esistenza sono rappresentati da una cascata di turchesi, pietre preziose che simboleggiano gocce di saggezza disseminate nell’Universo.” (Vien anche da pensare al clinamen di Democrito e alla sua necessità-necessarietà (poetica) e all’osmosi/compenetrazione di immanente e trascendente).
Mondi senza fine si palesano alla nostra vista-visione, un gioco fra fuori-dentro-fuori, un’esplosione di luce che corre nell’oscurità spezzando le tenebre nelle pianure e nei canyon interiori che si estendono e sfumano a perdita d’occhio negli orizzonti…
Siamo atomi nel nulla, ma siamo anche atomi del tutto che ci intride. E, se come sosteneva l’immenso Antoine-Laurent de Lavoisier, Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, quanto questo è vero nella collana dei giorni… e quanto è vero per il soffio che indissolubilmente ci impasta-plasma-permea, per la scintilla del pensiero e dei sentimenti (e dell’amore che ci dovrebbe animare e muovere), rendendoci unici in un insieme correlato, figli, tutti, dell’Universo. Quell’Universo indecifrabile, sapiente e compassionevole.

Alberto Figliolia

In libreria “Specchi concavi” di Emanuela Niada 
Prefazione di Matteo Bianchi

08 Novembre 2012  www.tellusfolio.it

Ritratto di donna

Tra le pagine più profumate di lirismo della prosa europea novecentesca, ci sono quelle della Recherche di Marcel Proust che, nello svolgimento di sette volumi, con l’invecchiamento dei personaggi, fa affiorare sui loro volti i nodi esistenziali irrisolti, negati dal contesto familiare o sociale. Sbocciati questi fiori del male, deformano i loro sguardi e i loro sorrisi. La stessa proprietà liberatoria ha la poesia per Emanuela Niada in “Specchi concavi”, per la quale la sua funzione riflessiva specchiante consente di mettere a fuoco un vissuto spigoloso da accettare, i nitidi gradini della sua vita. Già dal titolo si desume, però, non si tratti di una superficie lineare, bensì di un ritorno d’immagine infedele e corrotto: infatti lo specchio è concavo e non convesso, ricurvo verso l’interno per difetto, quasi sia stato scavato, svuotato da ciò che ha riprodotto, o addirittura abbia sofferto di ciò che ha portato in grembo.

La prima sezione è dedicata alla madre dell’autrice e si apre con i frammenti di uno specchio irreparabile: «in un giuoco crudele» vita e morte della donna convivono nell’evidenza sofferta del Morbo d’Alzheimer di cui l’espressività è prigioniera: «linguaggi infiniti / di parole tronche, / sinuose». Nella «morsa» della malattia, la madre, strattonata tra presente e passato, senza barriere né continuità, «naufraga / nel torvo oceano / della moquette / in sala». In Collezione di sabbia, Calvino paragonava la memoria storica dei Tuareg ai disegni geometrici sui loro tappeti, la mappa esistenziale di un popolo tramandata di generazione in generazione nella vastità del deserto del Sahara: «una cattura del tempo» (da Lezioni americane, pag. 46) reso spazio interiore. Ma «il filo si spezza» e la madre scende incosciente nel buio di un «pozzo madido», dove «non filtra più luce».

La seconda sezione si fa più autoriflessiva e simbolica, ricordando la pozzanghera, parola integerrima di Stendhal, oggettiva, ma coerente. Pare quasi una cascata di versi dinoccolati verso il basso, senza un punto che chiuda, un traguardo: la frana degli estremi lineamenti in dissolvenza, marcata nella sezione successiva. Così gli attributi scritti in verticale con le lettere in caduta libera (tributo alla rottura lessicale di Cummings); lo spazio tra i distici spezzati e le terzine monche è il vuoto d’aria tra un gradino e l’altro. «Sull’orlo affilato / di una lama» sta la sua audacia nell’affrontare «gli scorni e le beghe» quotidiane: Montale nominava «felicità» la sfida impossibile da vincere con se stessi. Niada invoca il tramite, il «coraggio» che, però, provoca sempre la perdita di una parte di lei «insanguinata». C’è ancora Proust «tra le due lastre / […] i due piani / che s’avvicinano, / aderiscono», quello involontario del primo ricordo di un particolare che l’ha coinvolta e la sua evocazione successiva, meccanica, producendo di conseguenza una copia dell’emozione primigenia, poi sovrapposta all’originale. L’«abbozzo» pulsante della «gravidanza» supera, vivendolo, l’immaginazione e l’autrice racchiude la venuta alla luce di suo figlio nell’ossimoro «divino, / banale»; da qui il ruolo s’inverte e da figlia qual è stata, emerge lei madre a sua volta, e il suo cuore, all’inseguimento de «la dimensione / ordinaria», si cheta di tanto in tanto dal galoppo. Madre e figlia sono ruoli azzardati, incerti, mai assicurati, e la poesia che li raccoglie non ha risposte, solo constatazioni, come vuole il titolo: “Dobbiamo frequentare visi per percepire essenze?” nel quale mai si svelerà il confine tra le maschere indossate e la loro profonda ombra. Nelle ultime liriche Niada dichiara una poetica completamente esistenzialista: la sua cifra stilistica, di parole «troncate di netto», e un’ispirazione di «gesti mancati, / dolore implicito / amore negato». «Specchiandosi / su dorsi ocra» del corpo, rivela la sua «cavità interna»; però l’occhio cerca altrove. Giuseppe Ungaretti spalancò l’orizzonte stilistico della poesia italiana sbriciolando l’endecasillabo e dando un tono intimo a ciascuna parola, le cosiddette parole-verso.  Emanuela Niada ha interiorizzato la lezione del Maestro, tendendo ad una lirica vibrante ed impressionista, ma spesso sentenziosa, poiché tentativo ultimo di definire un presente in dolorosi frantumi.

Nella terza sezione risponde provvisoria alla domanda della precedente: «L’assenza / del mio viso // dà / consistenza / agli altri». Qui ricorre la parola «ritratto», ma non è quello di Dorian Gray, e il passato in fiore dentro la cornice di un quadro, «ragnatela» del destino, oggi è altro da lei, un cimelio tra tanti che spicca sul camino in sala. Disillusa, sa che i petali in cima, di quelli appena sbocciati e sicuri nel vaso della loro vitalità, rimarranno «freschi / per poco». Il suo ritratto l’ha già tracciato, ora sta a chi c’è intorno e popola il suo sguardo. S’inceppa la memoria dell’autrice e cammeo diventa il «rosario / in testa» che per ore non si placa, a seguito dell’incidente di una persona cara e la sua convalescenza a letto, neanche mentre questi riprende i sensi e chiede «acqua». Allora il fischio del treno, rigonfio nel ferro «di rabbia e stanchezza», perfora l’atmosfera leggera di quando da bimba poteva restare «a lungo / in aria / pure a stile libero» e ripiomba al suolo, dopo essersi alzata di qualche centimetro, come ruote di fieno:

«Covoni
come dinamici rulli
tronchi,
immoti.

In attesa
della fase successiva,
che ignorano.

Caricati su camion
viaggiano
su strada.

dando spazio
al desiderio
inscritto nella forma».

Il viaggio del lettore attraverso la fotografia Niada prosegue nella quarta sezione: Pittogrammi. La pittografia è una forma di scrittura, il cui segno grafico rappresenta il fenomeno visto e non quello udito, come invece avviene nelle scritture sillabiche, consonantiche ed alfabetiche. In pratica si tenta di riprodurre l’oggetto e non il suono con il quale è stato “chiamato”. Se si disegna un “piede” per indicare il termine “piede”, il segno viene definito pittogramma. Se invece si disegna un “piede” per indicare il termine “camminare”, allora il segno viene definito ideogramma, dal momento che il significato è un concetto indicato dal codice e non dal disegno. La distinzione tra gli ideogrammi cinesi e i geroglifici dell’Antico Egitto è la medesima. Perciò l’autrice ha scelto come titolo un termine tecnico e specifico, per far sì che arrivi al lettore prima la pennellata di colore di ciò che ella ha attraversato e provato sotto la sua pelle durante viaggi concreti, fisici, i quali hanno lasciato un segno indelebile dentro di lei, ma inafferrabile se non tramite empatia.

Parigi, agosto 2012

Matteo Bianchi

Emanuela Niada, Specchi concavi

EIF Orizzonti, 2012, pagg. 140, € 12,00

Recensione di Benedetta Tobagi sul volume “Poesia nell’invisibile”

Leggiamo non solo per imparare, per studiare, per conoscere. Leggiamo per rispondere a due esigenze fondamentali, come esseri umani: da una parte, per spalancare finestre “su vite che non sono la nostra”, dall’altra per trovare parole per dire ciò che abbiamo dentro, per riconoscerci e per specchiarci, a volte addirittura per scoprire e riconoscere dentro di noi qualcosa che non avremmo mai saputo dire. Leggere diventa così un momento di profonda condivisione, a volte di rivelazione.

La narrativa ci offre questa possibilità, la poesia lo fa all’ennesima potenza perché è essenziale, concentrata e punta al cuore di ciò che è universalmente umano – grazie alla mediazione del poeta, che ci conduce con sé mentre scava a fondo in una singola anima, la sua, esplorandone la luce e gli abissi.

E’ questa l’essenza della poesia lirica, e questo fa anche la poesia di Emanuela Niada.

Una poesia fatta di immagini nitide, vivide, concrete. I riferimenti alti che richiama alla mente sono i grandi poeti del correlativo oggettivo, la poesia di Montale da una parte, quella di Wislawa Szymborska dall’altra; artisti cioè che fanno parlare, fanno respirare e a volte fanno cantare gli oggetti e le immagini, anche umili, della realtà quotidiana. L’orizzonte però è soprattutto quello della seconda, perché non c’è, in questi versi, il deserto esistenziale del grande poeta ligure, ma piuttosto l’incanto inesauribile che trasuda da ogni granello di sabbia, davanti all’universo, alle sue segrete corrispondenze, alle coincidenze. Emanuela Niada coglie e ci consegna immagini, flash, quadri pieni di dettagli cesellati con precisione; la sua poesia si nutre di uno sguardo aperto, di una speciale attenzione, di cura amorevole e di una grande curiosità, verso le cose e le persone ed è anche ricca di ironia.

Tutte qualità che chi ha la fortuna di conoscere Emanuela riconoscerà come caratteristiche della sua persona – prima ancora che della sua poesia – e del suo modo di essere con gli altri; il modo in cui è capace di mettere se stessa sempre in secondo piano per valorizzare gli altri, per creare occasioni d’incontro, per aiutare.

Come autrice, in questi versi Emanuela Niada riversa i tesori della sua intimità, che diventano come dei cristalli (o degli specchi, per far riferimento a uno degli oggetti che l’hanno molto ispirata), attraverso cui possiamo guardare e sentire un po’ meglio noi stessi e il mondo.

Intervista di Benedetta Tobagi a in occasione della presentazione del libro: “Poesia nell’invisibile”

Benedetta: Emanuela, che cosa significa per te l’invisibile, evocato sin dal titolo?

Emanuela: Per sintetizzare il significato di questa tematica, di cui ho seguito negli ultimi due anni le suggestioni per comporre le poesie, penso si tratti di tutto ciò che non è visibile allo sguardo né concepibile con la mente razionale sia nello spazio (luoghi o persone) che nel tempo (passato e futuro). Mi affascina proprio perché immagino che ci sia qualcosa di nascosto, che va cercato, sondato. Sia l’invisibile che l’ignoto non mi spaventano. Anzi, sono curiosa, pronta a cogliere uno spunto, un’immagine, un simbolo. Non so cosa troverò, non ho certezze, ma se rimango aperta e fiduciosa, mi auguro di ricevere delle sorprese che possano stupirmi. E’ una sorta di magìa, come la mia fotografia in copertina. Il cielo era terso, poi ho visto nuvole stracciarsi e ricomporsi, finché si sono addensate creando una forma straordinaria, illuminata da dietro vendendo a somigliare a un angelo gigante. Quando ho visto che accadeva qualcosa di incredibile, ho scattato e ottenuto l’immagine. Spesso compaiono dei segni, che bisogna cogliere al volo, altrimenti sfuggono. Questa per me è la poesia nell’invisibile.

Benedetta: Un altro tema che percorre i tuoi versi è l’assenza. Che cos’è per te?

Emanuela: In alcune poesie mi riferisco a persone care, che non ci sono più, di cui percepisco la presenza, se entro nella dimensione emotiva rievocando memorie, suscitate da oggetti, luoghi, scritti, immagini. Recentemente ho perso diverse amiche, oltre ai miei genitori e alla mia nipotina Clementina anni fa. Mi fa piacere farli rivivere ricordandoli, cioè riportandoli nello spazio del cuore, con gratitudine per la loro presenza e vicinanza in vita, creando atmosfere particolari per ognuno, specifiche delle loro personalità, per sentirli accanto affettivamente.

Benedetta: Nelle poesie emerge l’interrelazione tra microcosmo e macrocosmo.

Emanuela: Sto intuendo che la nostra psiche e il nostro inconscio sono connessi ai cicli naturali e al cosmo molto più di quanto potessi mai pensare. Tante sapienze antiche tipo il Taoismo, il Buddismo, la Kaballah ne hanno sempre parlato e adesso lo sta dimostrando anche la fisica quantistica. Io avverto relazioni sottili con persone, ambienti, manifestazioni e spettacoli naturali, che mi comunicano sensazioni appaganti di unione, infondendomi benessere, pace. Le vibrazioni armoniose della musica, soprattutto classica agevolano questa possibilità di captare le energie sottese che compongono un’unica sinfonia con cui entrare in risonanza.

Benedetta: Da alcune poesie emerge la tua poetica, per esempio in “Filtro”. Perché questa immagine?

Emanuela: Credo che l’intuizione giunga da dimensioni che ci includono e ci sovrastano, da altri tempi e altri luoghi, ma ognuno di noi filtra ciò che lo colpisce tramite i suoi schemi mentali, i gusti, le idee, i modi di essere, la propria specifica visione del mondo. E’ difficile prescindere da se stessi …!

Benedetta: Una delle sezioni è dedicata al tempo, inteso soprattutto come trasformazione.

Emanuela: Tutto si muove, tutto si trasforma, tutto è energia. Sono attratta dai sassi, che raccolgo sempre, dalle conchiglie che diventano sabbia, mi stupisce che il diamante derivi dal carbone, che si trovino fossili marini in montagna, che alcune foreste si pietrifichino. Più semplicemente il seme diventa pianta e il fiore frutto. Mi affascina lo scorrere del tempo che produce effetti sugli elementi naturali e sulle persone: il neonato diventa giovane, poi adulto e infine vecchio. E’ tutto naturale e allo stesso tempo stupefacente, se si indugia a riflettere.

Benedetta: La tua raccolta è percorsa da molti temi trasversali, per esempio quello della maternità: è molto bello l’approccio con cui l’affronti, con stupore e senza retorica.

Emanuela: Sì, la gravidanza mi ha proprio stupito, perché pensavo di dover agire, far qualcosa, intervenire. Invece tutto è avvenuto da sé. Ho imparato a togliermi e a osservare nei nove mesi il miracolo che si produceva. Conosci il tuo bambino quando nasce, come la sorpresa dell’uovo di Pasqua … e magari ti assomiglia pure. Incredibile! Da quando nasci poi sì che devi agire, altroché, in tutti i sensi, a tempo pieno, sia fisicamente che affettivamente, per tutta la vita!

Benedetta: Quando hai cominciato a scrivere? Da dove hanno origine le tue poesie?

Emanuela: Ho iniziato a scrivere ormai una ventina di anni fa, quando mia mamma si è ammalata di demenza senile, vedendo la sua persona disintegrarsi progressivamente sia nel fisico che nella mente. Ero davvero impressionata e addolorata, così ho iniziato a mettere su carta le mie sensazioni. Credo mi sia servito per elaborare il lutto della sua perdita, avvenuta anni prima che morisse, mentre si allontanava gradualmente da se stessa e dalla realtà ordinaria, che comprendeva tutti noi. Mi sono accomiatata dalla sua essenza cercando di apprezzare ogni attimo possibile di presenza. In seguito, ho ampliato le tematiche a varie esperienze di vita.

Benedetta: Come lavori sul testo?

Emanuela: Premetto che non ho mai letto specificatamente poesie, ma ho studiato lingue e letterature straniere e, a ben pensarci, credo mi sia di aiuto per la cura nella scelta delle parole. Mi piace l’efficacia della sintesi. Non amo dilungarmi, né usare frasi ridondanti. Spesso parto da un’immagine e da lì cerco di cogliere il nucleo di ciò che intendo dire, rendendo l’idea neutra, universale. Fondo tra loro storie vere e inventate. Lavoro in levare. Mi piacciono gli aforismi e mi diverte terminare con un verso spiazzante rispetto al contesto. La poesia è potente: ti consente di creare in breve spazio qualcosa di ampio, complesso, paradossale.

Recensione di Lorenzo Morandotti del libro “Specchi Liquidi”

7 agosto 2023 Lorenzo Morandotti I quaderni di Sisifo

Il mondo fluttuante dà forma all’invisibile

La scrittura in versi come inno alla vita sempre possibile, tra aurora e crepuscolo. Pagine di memoria consegnate al tempo come doni di un’umile devozione, cantico creaturale che esplora il mondo dei sensi per leggerne in filigrana, in un percorso di avvicinamento mai artificioso o retorico, alla dimensione mistica. Si intitola “Poesia nell’invisibile” la più recente raccolta di testi poetici della milanese Emanuela Niada, edita nel 2021 da La Vita Felice, numero 213 della collana “Agape”, con acute osservazioni in prefazione del poeta e traduttore Roberto Mussapi. Di fronte a un simile titolo e a ciò che esso svela, immediatamente si riaffaccia alla memoria la celebre frase nel ventunesimo capitolo del “Piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. Perché altrove, nel cuore, come insegna quel piccolo grande libro mai abbastanza letto, albergano gli strumenti atti a percepire quanto sfugge alla vista. E anche la poesia, quale voce del cuore, ha questo ruolo catartico nel suggerirci altre strade di esplorazione e di ricerca di senso, oltre alle consuetudini che accecano o distraggono con il loro petulante ronzio, indicandoci con forza la necessità di vivere ogni istante che viene ricevuto in dono con la pienezza che esso merita. La poesia che trova casa in queste pagine, e ha tra le altre caratteristiche una dimensione profondamente religiosa, rappresenta le varie età dell’umana esperienza, annota fatti storici recenti come la pandemia, parla di situazioni estreme come l’avvicinarsi alla soglia tra la vita e la sua fine (evento direttamente sperimentato dall’autrice), indaga le trasparenze del corpo che ne raccontano la fragilità e l’unicità, essenza destinata al dolore e alla dissoluzione, ma capace sempre di brillare nell’istante. Un istante che misteriosamente unisce in un’unica luce l’atto del concepimento e all’estremo opposto quello della morte. “Al viso / l’ombra dà sostanza”: ecco allora che la poesia rivela la propria natura alchemica capace di dare corpo evidente all’invisibile; ecco che l’esperienza dell’oscurità serve a fare luce sul mondo e sulla bellezza che esso (a volte senza merito) ospita.

Un discorso parallelo ma da assaporare in filigrana come esperienza complementare a quella poetica evoca un altro libro di Niada, “Specchi liquidi” (edizioni Booktime), dove l’autrice rivela l’altra grande passione, quella per la fotografia artistica frutto di numerosi e intensi viaggi in varie parti del mondo. Allinea – con rapidi commenti testuali – sguardi composti di luce e colore, che fermati sulla carta permettono alla natura e ai gesti dell’umanità che la abita di svelare il proprio segreto nascosto. Un volto probabilmente inaccessibile con la sola forza della razionalità (anche qui funziona a pieno regime l’aforisma di Antoine de Saint-Exupéry) e ignoto alle leggi della fisica per come finora sono state concepite e formulate. Una dimensione altra che è comunque percepibile, ad esempio se lo sguardo arriva ad immergersi in una prospettiva che capovolge, ribalta l’asse ordinario della visione e la trasforma in esperienza contemplativa, soglia di accesso a una dimensione parallela, tutta da interrogare e che a sua volta interroga. Grazie ai lavori di Emanuela Niada il reale diventa così un perimetro illusorio, ipotetico, evanescente e ciò che all’opposto ne era il riflesso e fluttuava nell’inconsistenza si traduce in una sorta di eterno mondo fluttuante di orientale memoria, nella fissità dell’istante in cui ne viene rappresentata la presenza, diviene magicamente materico, palpabile, eloquente e non più silenzioso. Sarà poi compito del lettore, secondo quell’ideale triangolo ipotizzato dalla teoria della ricezione di Hans Robert Jauss che unisce pubblico, autore ed opera, dare senso a ciò che è pubblicato. Compito particolarmente avvincente nel caso delle opere visive di Emanuela Niada che si reggono su un fragile equilibrio tra realtà e sogno, tra documento e poesia. Curiosamente e per inciso, va ricordato che il sintagma che dà il titolo al libro, specchi liquidi, ha un preciso significato anche nell’ingegneria navale, e rimanda anche in tale senso apparentemente solo tecnico a una condizione di fragilità. Come scrive sul suo sito l’ingegnere Raffaele Staiano: “Su una nave ben organizzata tutti i carichi mobili vengono opportunamente immobilizzati, ma un carico liquido non può essere rizzato. Esso può essere conservato in un deposito pieno “a tappo” e sigillato, ma nella generalità dei casi la superficie dei carichi liquidi rimane libera, a formare quello che viene chiamato uno “specchio liquido”. La semplice presenza di questa superficie libera costituisce una riduzione della stabilità della nave”.

Pubblicazione sulla rivista di poesie “Fluire” edizione “Alla chiara fonte”

La più recente silloge poetica è Poesia nell’invisibile con la prefazione di Roberto Mussapi edizione La Vita Felice collana Agape. Emanuela Niada dipinge e crea opere concettuali, è’ Trainer di Focusing (“Focusing School di New York”) nella relazione di aiuto e volontaria all’Associazione Vidas. Collabora al giornale “Il Bullone” della Fondazione Bullone, intervistando persone che si distinguono in iniziative socialmente utili. Frequenta il Laboratorio di Poesia del Carcere di Opera.

 

PROFUMO

(A mia madre)

Nel malva del tuo cardigan,
dai larghi bottoni in madreperla
e nei fiori di seta della sciarpa
mi avvolgo.

Con cura stendo sulle labbra un residuo
del tuo rossetto arancio  
e spruzzo il profumo
dalla boccetta in vetro.

 Lo specchio del bagno,
che era il tuo,
dal sorriso sul mio viso segnato dal tempo,
mi rimanda la tua immagine viva.

 

FOGLIO

 
Non leggere sempre le stesse frasi.
Cancella, aggiungi.
Se ti concentri sulle lettere scure,
ti perdi tutto il vuoto
dove puoi scrivere sequenze di numeri,
spartiti musicali,
schizzare il tuo ritratto con occhi azzurri
e capelli biondi,
modificare le parole di tua madre
e quelle non dette da tuo padre.
Leggi l’odio di tua sorella al contrario, a testa in giù.

Macchiami con cioccolato, sangue, lacrime, caffè.
Ma quando rileggi è importante che ti riconosca.
In quello spazio incidi un pensiero inedito,
ricordi profumati,
il rosso della gioia, sogni di cristallo.

Basta che non mi lasci in bianco
quando suonerà la campanella.

 

GRAZIE

Vorrei dire grazie
per i figli che ho portato nel mondo
dove camminano saldi e liberi,

per mio marito che,
in mezzo alla folla,
riconosco parte di me.

Grazie per i fili di pioggia,
l’acqua liscia che feconda le cellule,
il sale che vivifica il mare.

Grazie al sorriso complice dell’amica,
al suo abbraccio stretto
e agli occhi indaco di mia madre
prima inflessibili poi amorevoli.

Grazie alle mele, alle arance
alle ciliegie per i colori appassionati
e nutrienti.

Grazie alle mie cicatrici
per un padre assente
segni di tenace autonomia.

Grazie al fuoco del sole
che lucida la pelle
e fa germinare orzo, riso e grano.

E ai neonati messaggeri dal Cielo,
fonte di saggezza primordiale.
Per il latte che li nutre e guarisce
e la pazienza necessaria ad accudirli.

Per quello spazio intimo che nel sonno affiora
e somiglia alla morte, se non la si teme,
dove i nostri avi sognano in noi.

Vorrei dire grazie alle peonie, ai lilium
che elargiscono tinte e profumi
tutt’intorno.

Grazie
per quella grande perdita
che custodisco
con tenera nostalgia.

Grazie per le cure ricevute,
che vorrei rendere, con gioia,
iniettando attimi di ironia
in anni di sofferenza.

Grazie allo scambio di vita
con le piante
e al mio cuore che pulsa ogni momento.

E alla vista, all’udito,
alla gola per cantare
e a mani che ancora accarezzano, cucinano, scrivono
prima che la vecchiaia rattrappisca i gesti.

Grazie alle sorelle d’anima
sottili, vaporose,
scambio di vuoti e pieni,
che nutrono l’essenza.

Grazie ai fratelli per i ricordi
e le ferite profonde
rievocati in battute pungenti
di un lontano lessico famigliare.

Grazie per ogni errore che ci vincola
come fiammiferi nella scatola
che un unico fuoco può salvare.

Ancora grazie
per l’Amore che muove gli astri
ci lega a responsi sottili
e la mattina ci sveglia immensi e lieti.

 

TRAMONTO A MEDJUGORIE

Alle 17 45 vedo il sole palpitare
nella sua sfera infuocata in senso orario.
A tratti l’arco superiore è splendente, a tratti in ombra,
come scurito da un preciso segno sottile a matita.
La rotazione è velocissima.
Vibra, palpita euforico. Non sta più in sé,
eppure non esce dal cerchio.
Al di là delle nostre lenti scure, il suo cuore scoppietta.
Piano si avvicina alla linea del monte delle Apparizioni,
scompare smorzando giri e pulsazioni.
Ogni sera danza.
Per me, un quarto d’ora di stupore mistico.

 

IL MAGONE

Nei giardini all’ombra
ondeggiava il passeggino
di qua di là, i gesti bruschi.
Frignava forte, lei scuoteva ancora
ma non cessavano i singhiozzi.

Oggi da lontano le giunge la sua voce.
Ancora vorrebbe cullare di notte e di giorno
quelle strilla acute, penetranti.
Il pianto che ora avverte
è il suo, sommesso.

On this website we use first or third-party tools that store small files (<i>cookie</i>) on your device. Cookies are normally used to allow the site to run properly (<i>technical cookies</i>), to generate navigation usage reports (<i>statistics cookies</i>) and to suitable advertise our services/products (<i>profiling cookies</i>). We can directly use technical cookies, but <u>you have the right to choose whether or not to enable statistical and profiling cookies</u>. <b>Enabling these cookies, you help us to offer you a better experience</b>.